lasciare andare le emozioni

Perché conserviamo oggetti inutili, vestiti che non indossiamo e ricordi che occupano spazio?
La risposta potrebbe avere poco a che fare con il disordine e molto con le nostre emozioni.

Hai presente quella maglietta che non indossi dal 2012? O quel vecchio cellulare che ormai potrebbe essere esposto in un museo della tecnologia? Ecco, se sono ancora in casa tua, probabilmente conosci bene la frase: «Non lo butto, potrebbe sempre servire».

Il problema è che quel famoso giorno in cui potrebbe servire non arriva mai. 
Ma perché alcune persone fanno così tanta fatica a separarsi dagli oggetti?

La psicologia suggerisce che dietro questa abitudine possano nascondersi motivazioni emotive più profonde di quanto immaginiamo.

Non conserviamo soltanto oggetti, ma emozioni

Un vecchio biglietto del cinema non è semplicemente un pezzo di carta. Può rappresentare un primo appuntamento, una serata speciale o una persona che non fa più parte della nostra vita.

Gli psicologi parlano di attaccamento emotivo agli oggetti: attribuiamo alle cose un valore che supera quello economico o pratico. Buttare qualcosa, allora, può sembrare quasi come cancellare un ricordo. Naturalmente non è così. I ricordi non abitano nei cassetti, anche se a volte ci comportiamo come se avessero bisogno di pagare l'affitto.

La paura di averne bisogno in futuro

Un'altra spiegazione riguarda l'incertezza. Chi fatica a eliminare gli oggetti può essere particolarmente sensibile alla possibilità di pentirsi della propria decisione.

«E se domani mi servisse?»

È una domanda apparentemente innocente, ma capace di trasformare un garage in un deposito archeologico. In psicologia entra in gioco anche l'avversione alla perdita: spesso percepiamo il dispiacere di perdere qualcosa più intensamente del beneficio che otterremmo liberandocene. E così preferiamo conservare, anche quando non esiste una reale necessità.

Quando gli oggetti diventano una sicurezza

Per alcune persone accumulare significa anche sentirsi protette. Gli oggetti possono rappresentare stabilità, continuità e controllo, soprattutto dopo periodi di cambiamento o insicurezza. Attenzione, però: conservare molte cose non significa automaticamente avere un problema psicologico.

Il disturbo da accumulo è una condizione specifica, caratterizzata da una persistente difficoltà a separarsi dai beni, con conseguenze importanti sugli spazi abitativi e sulla vita quotidiana. Avere un armadio pieno, insomma, non basta per parlare di disturbo.

Come imparare a lasciare andare

Non serve trasformarsi improvvisamente in fanatici del minimalismo. Si può cominciare con una semplice domanda: «Conservo questo oggetto perché mi serve davvero o perché ho paura di separarmene?»

La risposta potrebbe sorprendere. Un buon esercizio consiste nel partire da oggetti privi di particolare valore sentimentale, procedendo gradualmente e senza forzature. E per i ricordi più preziosi? A volte una fotografia può aiutarci a conservarne il significato senza dover conservare necessariamente l'oggetto.

In fondo, il vero spazio da liberare è dentro di noi

La nostra casa racconta qualcosa della nostra storia. Ma non tutto ciò che ha fatto parte del passato deve necessariamente accompagnarci nel futuro. Lasciare andare un oggetto non significa rinnegare ciò che abbiamo vissuto. Significa riconoscere che un ricordo può continuare a esistere anche senza la sua presenza materiale. E magari, finalmente, trovare spazio nell'armadio.

Anche se quel caricabatterie del Nokia del 2004… beh, quello potrebbe sempre servire!!! Eh, già!

Leggi anche...

Perché conserviamo oggetti inutili, vestiti che non indossiamo e ricordi che occupano spazio? La risposta potrebbe avere poco a che fare con il disordine e molto con le nostre emozioni. Hai presente quella maglietta che non indossi...
L’ennesimo messaggio, la spiegazione ripetuta, e il bisogno di avere l’ultima parola. A volte la tenacia diventa incapacità di ascoltare una risposta che non ci piace. Hai già spiegato. Poi hai chiarito. Poi hai mandato un messaggio...
Tu scrivi una battuta, qualcuno legge un’offesa. Tra tono assente, pubblici diversi e risposte di fretta, capirsi online richiede qualcosa in più delle parole giuste. « Bravo, complimenti .» Leggilo come se te lo scrivesse un amico...