Abbiamo trasformato la felicità in una specie di linea retta. Se siamo felici, tutto bene. Se siamo tristi, preoccupati, annoiati, arrabbiati o semplicemente abbiamo una giornata storta, allora qualcosa non funziona. Ma la vita non funziona così. Possiamo amare il nostro lavoro e avere giornate in cui vorremmo spegnere il telefono, chiudere il computer e trasferirci in una baita dove nessuno conosce il nostro numero. Possiamo amare una persona e desiderare, per qualche ora, che venga rapita dagli alieni. Possiamo essere soddisfatti della nostra vita e svegliarci un martedì mattina chiedendoci:
“Ma io cosa sto facendo?”
Non significa necessariamente essere infelici. Significa essere umani. Il problema nasce quando consideriamo qualsiasi emozione spiacevole come un guasto da riparare. Tristezza, rabbia, paura, frustrazione, noia fanno parte della nostra esperienza tanto quanto gioia, entusiasmo e serenità. Non dobbiamo eliminarle. Dobbiamo evitare che diventino l'unico posto nel quale abitiamo.
La felicità probabilmente è molto più piccola di quanto immaginiamo
Quando pensiamo alla felicità tendiamo ad associarla ai grandi eventi. Un nuovo amore. Una promozione. Una casa. Un viaggio. Un progetto finalmente realizzato. Una vincita alla lotteria, che rimane comunque un'interessante strategia di crescita personale. Eppure buona parte della nostra vita non è fatta di grandi eventi. È fatta di martedì. Di colazioni. Di telefonate. Di una canzone ascoltata mentre guidiamo. Di qualcuno che ci manda un messaggio proprio quando avevamo bisogno di sentirlo. Di una cena senza niente di speciale che, per qualche motivo, ci fa stare bene. Di cinque minuti seduti al sole. Sono momenti minuscoli. Il problema è che spesso ce ne accorgiamo soltanto quando sono finiti.
Pensiamo: “Che bel periodo era quello.” Curioso. Perché mentre eravamo dentro quel periodo probabilmente eravamo impegnati a preoccuparci di qualcos'altro.
Imparare ad accorgersene
Forse allora una delle capacità più importanti non è diventare felici. È accorgersi di esserlo. Sembra una differenza insignificante. Non lo è. Immagina di essere a cena con persone alle quali vuoi bene. Si ride, si mangia, qualcuno racconta una stupidaggine. Per un momento stai bene. Normalmente quel momento passa senza che tu gli dia particolare importanza. Prova invece a fermarti mentalmente per qualche secondo. Non devi annunciarlo alla tavolata. Non serve alzarsi e dichiarare:
“Attenzione, credo di essere felice.”
Rovinerebbe probabilmente il momento. Devi semplicemente riconoscerlo. Sto bene. Adesso. È una piccola forma di consapevolezza. E più impariamo a riconoscere questi momenti, più ci rendiamo conto che la felicità forse compare nella nostra vita molto più spesso di quanto pensiamo. Solo che siamo distratti.
Il cervello ha un piccolo problema con le cose belle
C'è anche una ragione per cui non è sempre così facile. La nostra attenzione tende a dare particolare importanza a ciò che può rappresentare un problema, una minaccia o qualcosa che non funziona. Puoi ricevere dieci complimenti e una critica. Indovina a cosa penserai la sera mentre cerchi di dormire. Esatto. Alla critica. I dieci complimenti possono tranquillamente aspettare in corridoio. Questo meccanismo ha avuto una sua utilità: accorgersi rapidamente dei pericoli è stato fondamentale per la sopravvivenza. Oggi, però, il predatore può essere una mail ricevuta alle 18:47 con scritto: “Domani dobbiamo parlare.”